Accoglienza, accettazione. Addìi.

Dopo un anno che non ci vedevamo:
ciao dottore. Ho fatto una pma omologa senza dirtelo. Però ti voglio bene lo stesso. Tu me ne vuoi lo stesso? si me ne vuoi.
Mi abbraccia e allarga le braccia. Cioè lo fa in senso lato, ma comunque a me è parso di vedere le sue braccia allargate. E poi mi chiede come è andata. E gli dico che sono qui, altrimenti sarei lì, e che niente. E allora allarga le braccia di nuovo (sempre in senso lato) e a me viene da piangere, perchè avrei voluto tanto portargli una gravidanza alla dodicesima settimana, quel tempo oltre il quale, per quelle come me è consentito tirare un sospiro di sollievo. Poi mi guardo intorno e le foto dei bambini appena nati, appesi ai muri sono aumentate. Gli chiedo se si ricorda della mia amica, quella che gli avevo presentato un anno fa dopo una pma nel pubblico, quella che le ho presentato dicendogli "è come mia sorella, si sente persa, ha paura, ti prego, aiutala come fossi io", quella mia me, a cui ho dato cuore, anima e ubriacature di rosso buono, e amore e disperazione e tante risate. E che nonostante il suo silenzio verso di me (inspiegabile per me e pieno di preoccupazione) durato nove mesi, io ho atteso piena di speranza. Glielo dico perchè vorrei dirgli che poi lei alla fine il bimbo lo ha in braccio e che i sogni si avverano, a volte.

E poi rimanere immobile, con le gambe aperte, mentre ti  controlla che due stimolazioni non abbiano fatto troppo casino, e che questo corpo prima o poi non ceda, mentre ti controlla ecco, sentirlo dire che "si, certo. L'ho fatta partorire io, non lo sapevi?"  e sentire, in quella posizione, un senso di abbandono salire su, dalle tue gambe, dentro la tua perfetta cavità uterina che non genera, e poi risalire le tube, no, l'unica tuba, e comprendere che, per quanto in tanto tanto tempo si è pensato che con-dividere il dolore possa essere di aiuto per dividere a pezzettini la sofferenza, in modo da poter almeno arrivare a condurre un'apparente serena esistenza, tutto questo è stato una bugia.
La com-prensione e la riconoscenza hanno viaggiato a braccetto per molto tempo sin qui, fino a quando oggi, ma non solo, ho capito quanto ognuno di noi è solo davanti alla sofferenza e quanto non si vuole vestire i vestiti dell'altro, nella totale incapacità e impossibilità e desiderio, prima di ogni altra cosa, di sopravvivere a se stessi prima che all'altro.
Ho buttato il cappotto viola della prima volta che ci siamo incontrate. L'ho fatto da mesi. Così come ho buttato tutti i vestiti che indossavo ogni volta che mi hanno detto che avrei abortito.
Perchè è difficile dimenticare, ma si può lavorare intorno per cancellare i segni, affinchè rimangano solo quelli indelebili, quelli dentro la pancia. Tutto il resto è cancellabile, ed io ho cancellato.

Ho fallito.
Sono una mamma che ha fallito e che ha combattuto fino a mettere a repentaglio la propria vita, per proteggere i propri  figli.
Contro tutto ciò che diceva di non farlo.
Non li ho potuti salvare, per quanto io abbia fatto il massimo per farlo. Mi sono spinta oltre i miei limiti, e non li ho salvati.
Ora è tardi.
Continuerò a chiamarli, ma è tardi.
Sono una di quelle persone malate che si chiede "perchè a me", come le persone che hanno un cancro, che hanno una malattia inguaribile.
Tante volte ho parlato di Pamela in queste pagine.
In questi cinque anni, quante volte ho parlato con lei nei miei sogni. Quante volte lei si sarà chiesta "perchè un cancro a me?perchè io muoio e lascio qui mia figlia?".
Eppure, io darei la mia vita per avere uno dei miei figli qui.
Ho combattuto, ho lottato tanto.
E ho fallito.
Come madre, come amica che ha pensato di dare tutto, come sorella, come donna e amante.
Sono stata concepita con un errore, quello di non poter procreare.
Sono fallata.
Uno scherzo della natura.
E ora fatevi avanti, voi che accettate ciò che è stato deciso per me. Voi che alzate le vostre bandiere di presunzione, perchè siete in grado di accettare tutto ciò che la vita vi propone. Fatevi avanti e giudicatemi.
Ditelo che si vive anche senza figli e che i miei non sono esistiti.
Ditelo che se non si è in grado di accettare ciò che non si ha, non si è in grado di accettare se stessi.
Ebbene avete ragione.
Io non lo accetto.
Non accetto di essere stata un'assassina in questi anni, perchè l'aver chiamato qui tutti i miei figli ha significato andare contro la mia natura di donna non in grado di dare vita.
Deliri?
Stateci voi in quella posizione a gambe aperte, mentre l'ennesimo strumento ti esplora per cercare di capire, e ascoltare che hai fallito anche come amica oltre che come madre, nell'illusione che la condivisione potesse guarire.

Io non sono guarita e probabilmente, in tutto questo tempo, non ho guarito nessuno.

ac-cò-glie-re (io ac-còl-go)
                 Ricevere qualcuno o qualcosa; accettare
 L'accoglienza è un'apertura: ciò che così viene raccolto o ricevuto viene fatto entrare - in una casa, in un gruppo, in sé stessi. Accogliere vuol dire mettersi in gioco, e in questo esprime una sfumatura ulteriore rispetto al supremo buon costume dell'ospitalità - che appunto può essere anche solo un buon costume. Chi accoglie rende partecipe di qualcosa di proprio, si offre, si spalanca verso l'altro diventando un tutt'uno con lui.
Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. 
Allora, io accogliendo ho fallito, rassegnandomi.


Tornare oggi dal mio dottore, dopo un anno, è stato come tornare a casa. Io so come stanno realmente le cose, ma non le accetto. E questo è il più grande e colossale errore di tutta la mia vita.
Giudicatemi.
Fatelo attraverso queste pagine, che sono tutto ciò che io ho condiviso nell'intenzione di raccontare a me stessa e a chi mi ha tenuto la mano sin qui, cosa vuol dire imparare ad essere una madre.
Io lo sto ancora imparando, ma non ho dubbi sul fatto che darei la mia vita per i miei figli, forse questo mi colloca di diritto nella casella genitore.
Che io sia un uomo o una donna, sposata o single, sorella o amica, poco importa. Sono un genitore.
Senza riconoscimenti.
Perchè la natura ha deciso per me.
E siccome non lo accetto, non è giusto che io combatta ancora.

Avete vinto voi.
Questo è il traguardo.
Bravi.




Questo è un addio. Qui.
Credo di aver detto tutto sin qua. Anche oltre. Molto di più.
Ciò che ancora vorrei dire non desta più attenzione, o comunque, non aiuta, come io pensavo facesse ad un certo punto.
Di commiserazione non si vive.
Di braccia aperte, come quelle del mio dottore, invece sì.
E so che ne incontrerò molte nel frattempo, nonostante tutto ciò che ho appena detto.
Perchè ho fiducia.
Un'inguaribile fiducia nel prossimo.
E un sogno nel cassetto.
Quello che alla fine arriverà mamma.









anais@inwind.it
io ho condiviso, adesso non più,
attendo voi ora.

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